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VALLE D'ISTRIA
Nelle ore limpide della mattina, le nuvole di un temporale alzano il sipario su una scena di gran suggestione. I profili di rilievi si disegnano all'oriz*zonte e al di là di questi appare l'Adriatico. Il fascino del paese è nel*l'insolito garbo del suo paesaggio, nel suo distendersi tra piccoli colli disseminati che paiono guardarsi, nella poesia dei suoi valloncelli, nel*la pace delle sue contrade, nei sentieri accompagnati da muretti di pie*tra, frutto della fatica degli avi. In quest'angolo convive l'antico, si cu*stodiscono le tradizioni di un tempo. D'inverno la vita sembra fermarsi: in lontananza, il fumo dei camini, quando t'avvicini, un intenso odo*re di legna bruciata; dalle finestre, la fiamma di qual*che focolare acceso e dei vecchietti seduti che si go*dono il tepore confortevo*le. Fuori soffia la bora. Il giorno si spegne e le poche luci che restano accese nel*le case creano, con l'azzur*ro scuro del cielo crepu*scolare che trascolora in blu sempre più profondo, un effetto di colori e un'at*mosfera che non si può di*menticare. La vita del vecchio vallese mantiene il suo ritmo lento, quasi immutabile da secoli: forse questo pare scorrere meno veloce. Eppure stanno venendo dei cambiamenti profondi. I giovani abbandonano le tradizioni dei padri. Così scom*paiono usi, costumi e tradizioni. Così il tempo trasforma l'uomo, la sua vita e il paesaggio. II fascino del paese era nella vita delle sue contrade e nel riunirsi davanti ai focolari, dove si raccontava la vita, nelle cam*minate tra i suoi campi colorati, i boschi, tra gli alberi, sempreverdi, della flora mediterranea. Tra i molti sentieri disegnati dall'uomo, qualcuno conduce al mio mondo: Val del Turco, San Michele, Monte delle Porche, Laco degli Alberi, Laco de Ulio, Maschera de Laverè, Laco Grego, Madonna Alta, Tuian, Varneri del Piovan, Sant'Andrea, Santa Caterina, ... Lì, dalla mia fanciullezza, mi sedevo, la mattina o la sera, quando andavo a por*tare o a ritirare il cavallo che poi portavo ad abbeverare, nelle chiare pozze e nei laghetti. D'estate le rondini sfioravano la superficie, incre*spandola, per poi risalire in un continuo intrecciarsi di voli e l'acqua ri*fletteva, dapprima ondulata in cerchi sempre più ampi, poi ricomposta e quasi immobile, l'immagine. Era bello, la sera, ascoltare al ritorno le ultime voci della natura, talvolta l'abbaiare, lontano, d'un cane, il be*lare di un agnello, trasportato dal vento, i profondi silenzi della campa*gna. Il paesaggio vallese ispira, un senso di pace contemplativo, lo vivi dentro, dona a volte una sensazione di serenità che non riesco a spie*gare e che custodisco, dentro, da molto tempo. Quando l'emozione la*scia spazio alla riflessione, intuisco d'essere parte di un ciclo che chia*ma alla vita per, poi, chiamare alla morte. Anche la nostra esistenza, come quella della natura, percorre le stagioni; ma la bellezza della na*tura è nell'armonia del creato che, quando ritorna la fioritura primave*rile, dipinge sulla sua tavolozza i suoi boschi di colori sempre più in*tensi, dove ogni cosa ha l'impronta di un sentimento che mi ha sugge*rito questa riflessione. E' questo un ricordo che fa parte della mia storia e della mia memo*ria. A volte è la vista che fa riaffiorare immagini che pensavo d'aver perso per sempre. Mi emoziono nello scoprire che quei luoghi, sui quali spesso si è soffermato il mio sguardo, ai quali mi sento legato, è come se li vedessi la prima volta; m'accorgo che il tempo non li ha cambiati. Ha cambiato me. Accade spesso, camminando tra le contra*de, d'incontrare vecchi seduti vicino ai muri delle loro case, mentre guardano lo sprofondare del sole, il farsi e disfarsi di nuvole bianche erranti, i mutevoli colori del cielo nell'imminente crepuscolo. Alcuni mi guardano senza vedermi, forse stanno seguendo ricordi lontani e nei loro occhi c'è il disincanto di una vita passata troppo in fretta. In quei volti scorgo i segni del tempo, quasi fossero antichi tronchi d'uli*vo tagliati dall'uomo, dalle stagioni, dalla natura... Valle d'Istria non si scorda. È per sempre! Matteo Fabris ************************************************** ************************************************ RITORNO IN PARADISO Ricordo che quando ero bambino felice nel "mio natio borgo selvaggio c'era un quadretto, appeso alle pareti della casa dei miei nonni materni, che faceva vedere come è erta, perigliosa, stretta la strada che porta in Paradi*so. Così è stata la strada che mi ha portato il 27 apri*le scorso da Brindisi nell'incantevole terra d'Istria, sacra terra dei miei avi. Un viaggio alquanto massacrante il mio; prima una notte in treno fino a Trieste e poi, dopo una lunga sosta nella Città giuliana che già mi faceva pregu*stare l'aria di casa, tre ore in corriera attra*verso l'Istria. Un sussulto continuo per il mio cuore di esule ed una gioia per gli occhi di mia moglie, brindisina, non avvezza al verde delle nostre campagne, all'impareggiabile azzurro del nostro mare ed alle bellezze di Capodistria, Isola e Portorose. Intorno alle 17 l'arrivo a Valle. Il mio cuo*re è impazzito di gioia quando, a circa due*cento metri, ho visto il colle - Mon Perrino -del mio caro luogo natale con il campanile della chiesa madre (immancabilmente di sti*le veneziano) e suo centro storico. Dalla corriera ho visto mia cugina Eufemia; il cuore mi è saltato in gola dalla contentezza. Avevo finalmente raggiunto il mio sospirato Paradiso! Nei giorni seguenti, specialmente dal 28 aprile al 1 ° maggio, avrei saputo come si vi*ve in Paradiso, almeno in quello che io ri*tengo es*sere il mio Pa*radiso terrestre. In quei giorni, infatti, si è tenuto a Valle, il 1° Radu*no dei vallesi sparsi nel mon*do, rea*lizzando un mio sogno a lungo accarezzato: un incontro tra esuli e ri*masti. "Son nato a Valle e me ne vanto", così canta*va, tra l'800 e il '900, il mio amato frate Palazzolo, dei Minori Osservanti, dottore in filosofia e teologia, nato a Valle d'Istria nel 1861 e morto a Roma nel 1950, melodiando l'inno del popolo vallese. Così in quei giorni, seguendone l'esempio, i miei compaesa*ni hanno cantato il loro immenso amore per Valle, intonando l'antico inno, in particolare, nel ristorante da Stizo e nell'osteria di Kancelier sulla piazza della Musa. L'afflusso dei radunisti è iniziato verso sera del 28 aprile con gli arrivi dei primi vallesi provenienti da varie località, specie da Torino dove risiede il nucleo più numeroso e ben organizzato e da altre località, perfino dalle lontane Argentina ed Australia. E pen*sare che, abitando a Brindisi, ritenevo di essere io quello che sarebbe giunto da più lontano. Per noi, il Comune di Valle, ben amministrato dal sindaco Eddy Pastrovicchio, ha organizzato tutta una serie di manifestazioni: giochi, suoni, canti e balli in costu*me rinascimentale e una mostra sul folkore locale, con la partecipazione di indossatrici da mozzare il fiato. Degna di nota è stata l'inaugurazione della bel*lissima nuova scuola elementare, con annessi asilo e palestra. Buona la cena del 29 sera offerta dal Comu*ne, allietata da un concerto di due bravi cantanti che hanno intonato anche vecchie melodie napoletane. Commovente la S. Messa celebrata il 1° maggio, giorno di san Zuian (Giuliano) Cesarello, cittadino e patrono di Valle, vissuto nel '300 nel convento di San Micel (Michele) sopra il colle che sovrasta il borgo e da dove si gode un'incantevole e vasto panorama, contraddistinto da tre colori dominanti: l'azzurro del mare, il verde della campagna, il rosso della terra; sulla linea dell'orizzonte da un lato lo sguardo si spinge fino a Pola, mentre dall'altro giunge a Rovigno. Tutto intorno i colli che circondano Valle. E' questo, per me, un paesaggio che non è secondo neanche al tanto decantato golfo di Napoli! Bellissimo ed emozionante anche l'incontro con tanti compaesani: con i miei tanti cugini; con gli amici di un tempo rimasti; con i tanti vallesi venuti da fuori. Avrei dovuto avere un foglio di carta per se*gnarmi nomi ed indirizzi, ma ne ero sprovvisto. Pa*zienza! Non dimenticherò mai il piacere di averli in*contrati ed in molti casi riconosciuti. Emozionante anche l'incontro con la signora Danica, ora proprietaria della casa che era dei miei avi e dove sono nato. L'incontro più commovente è stato, però, quello con Matteo Fabris, anche perché i nostri scritti su L'Are*na di Pola non sempre combaciano. Con lui e la sua famiglia (particolarmente caro mi è rimasto suo fi*glio Federico) abbiamo cenato allo stesso tavolo la sera della cena offerta dal Comune, parlando sempre in dialetto vallese. Io, purtroppo, lo parlo male a dif*ferenza, con mia grande sorpresa, del figlio di Mat*teo, Federico che, ancorché nato a Torino nel '72, lo parla molto bene. Tanti anni fa, i miei indimenticabi*li amici professor Bruno Artusi, già sindaco del Li*bero Comune di Pola, il colonnello Orlando Deve*scovi e il buon Carlo Brenco dicevano che l'ultimo esule sopravissuto avrebbe dovuto spegnere la luce portandosi dietro il nostro bel mondo antico. Ascol*tando il giovane Federico mi sono commosso e rincuorato, pensando che allora non tutto finirà con noi. Spero che ci siano altri giovani come lui. Purtroppo, il bello notoriamente passa in fretta e così il mattino dell'8 maggio ho ripreso la via del mio esilio... brindisino dovendo constatare, mio malgra*do, che non solo la strada che conduce in Paradiso è erta, perigliosa e stretta ma anche quella che se ne al*lontana, specie se è incerta... la possibilità di un nuovo ritorno. Accompagnato dallo sferragliare del treno, mi sono consolato canticchiando in sordina "Son nato a Valle e me ne vanto" mentre con tutta l'anima gridavo a squarciagola "W i vallesi, W gli istriani, la mia gente!". Antonino Piutti |
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| Tags: 300506, dei, larena, pola, raduno, vallesi |
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